L’editoriale di Tonio Dell’Olio
La gente di Libera ha imparato da tempo a leggere negli occhi dei familiari delle vittime di mafia quanto sia drammatica e quanto la morte violenta segni profondamente e indelebilmente.
In questo senso abbiamo affinato un codice di lettura e comprensione che ci consente una vicinanza forte e concretaalle famiglie dei militari italiani uccisi a Kabul. Proprio perché il sangue ha lo stesso colore al di là della pelle e della carta d’identità, la stessa vicinanza sentiamo di esprimerla ai familiari di tutte le vittime di quella trappola in cui è stato trasformato l’Afghanistan. Se è vero che è difficile capire le ragione degli altri, non deve diventare altrettanto difficile comprendere il loro dolore.
Non è questa né l’ora né la sede di ipotizzare “exit strategy” ma sicuramente diventa utile e importante ritornare con la mente ad alcune coordinate che ci fanno comprendere le ragioni non-giornalistiche e non propagandistiche della nostra presenza in quella regione. Sarebbe utile ad esempio ricordare che quella guerra fu iniziata dall’aviazione USA l’8 ottobre 2001, prima di qualunque avallo dell’ONU e da una nazione profondamente ferita e turbata dagli attentati di poco meno di un mese prima. Quell’attacco aveva più i contorni di un regolamento di conti che di una soluzione militare. Prima ancora che il diritto internazionale, è il buon senso a suggerirci che le responsabilità devono sempre essere individuate da un’autorità riconosciuta e che la pena deve essere eseguita da una parte terza non coinvolta nella vicenda. Il contrario è la legge della giungla. In ognicaso a voler essere rigorosi, la nazionalità di tutti gli attentatori coinvolti nell’attacco dell’11 settembre è quella saudita.
Degli stessi è fin troppo noto il collegamento anche economico con la dinastia dei principi wahabbiti. Ma si sa, l’Arabia Saudita è considerato Paese amico e soprattutto unpartner commerciale intoccabile da partedi tutte le nazioni occidentali. L’intervento militare in Afghanistan secondo le dichiarazioni ufficiali aveva il solo scopo di disinnescare la rete di Al Qaeda fortemente sostenuta dal regime dei talebani. Tuttavia non c’è bisogno di essere strateghi militari per comprendere che il terreno afghano ha costituito da sempre un ostacolo insor- montabile per tutti gli eserciti di invasione, dall’Impero Britannico all’Unione Sovietica.
A distanza di ben 8 anni dall’intervento armato dobbiamo prendere coscienza di una realtà cruda e scomoda: gli spazi di manovra dei talebani così come il consenso attorno a loro, si è ampliato piuttosto che ridursi. C’è da ritenere che viste le condizioni in cui versa la popolazione di quel paese, se avessimo sbilanciato la missione sul piano del sostegno umanitario invece che su quello della presenza militare, avremmo generato consenso e sostegno da parte degli afghani sottraendolo ai fanatici della violenza.
Prima che strategico, l’errore è politico: aver contribuito con truppe e mezzi a far crescere il potenziale di violenza e a creare maggiori tensioni e destabilizzazione.
I nostri militari caduti sono il tragico risultato di queste scelte.
Il 3 ottobre in piazza per rivendicare la libertà di parola bisognerà rendere omaggio a tutte le vittime della guerra in Afghanistan usando parole in grado di smarcarsi dalla propaganda per raccontare i fatti e i responsabili visti con gli occhi delle vittime.
È l’unico contributo alla pace che l’informazione può offrire.
3 ottobre in piazza per rivendicare la libertà di parola