Reggio Calabria, aborti senza consenso e neonati morti: 4 medici arrestati e 6 sospesi all’ospedale Bianchi

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Un primario che fa abortire la sorella contro la sua volontà, due neonati morti per imperizia, partorienti con lesioni gravissime e cartelle cliniche alterate per nascondere il fatto che un neonato è stato intubato nella maniera sbagliata e ora vive in stato vegetativo.
Come ha sottolineato un investigatore, sembrava davvero la clinica del dottor Mengele l’ospedale “Bianchi-Melacrino-Morelli” di Reggio Calabria dove nell’ambito dell’inchiesta della Guardia di Finanza “Mala Sanitas” sono stati arrestati 4 medici mentre altri 6 camici bianchi e una ostetrica sono stati sospesi dalla professione per un anno, tutti accusati di aver procurato aborti e danni gravissimi alle mamme che fiduciosamente si sono affidate al reparto di maternità senza immaginare l’orrore al quale stavano andando incontro.

Tra le intercettazioni in mano ai magistrati reggini figurano le frasi da brivido che il primario di ginecologia Alessandro Tripodi avrebbe rivolto a una collega, chiedendole di far abortire la sorella ricoverata in corsia e incinta alla diciassettesima settimana, ignara di tutto.

“Vedi se puoi fargli cambiare quella flebo… – dice Tripodi alla collega Manunzio – tipo con una scusa che non scende”. “Se non c’è tuo cognato… in un momento che non c’è… ma la notte non sta con lei?”. “Ma pure se c’è. Pure se c’è, tanto non capisce niente. Senza che ti vede nessuno, ehm, vedi come puoi fare, gli metti 2/3 fiale di Sint, gliela fai scendere a goccia lenta”. “In maniera tale che ‘morisce’, così si sbrigherà ed abortirà”.

La donna in effetti perderà il bambino, nonostante non avesse mai pensato a una interruzione volontaria di gravidanza e non ci fossero minacce di aborto spontaneo. Tripodi, scrive il gip nell’ordinanza di custodia cautelare, temeva che il figlio della sorella fosse affetto da alterazioni cromosomiche. Insieme al primario sono finiti ai domiciliari l’ex primario Pasquale Vadalà, e i ginecologi Daniela Manunzio e Filippo Saccà.

Il gip ha inoltre interdetto dall’esercizio della professione medica anche i ginecologi Salvatore Timpano, Francesca Stiriti, Antonella Musella, gli anestesisti Luigi Grasso e Annibale Maria Musitano, il responsabile dell’ambulatorio di neonatologia Maria Concetta Maio e l’ostetrica Pina Grazia Gangemi. Sono, invece, indagati i medici ginecologi Massimo Sorace, Roberto Rosario Pennisi, l’ostetrica Giovanna Tamiro e Antonia Stilo.

Le accuse sono, a vario titolo, di falso ideologico e materiale, soppressione, distruzione e occultamento di atti veri e interruzione della gravidanza senza consenso della donna. Il presunto sistema di copertura degli errori, secondo l’accusa, sarebbe stato condiviso dall’intero apparato sanitario. “Una pagina nera nella sanità del nostro Paese”, ha commentato il procuratore di Reggio Calabria, Federico Cafiero de Raho: ” Una situazione indegna di un Paese civile”.

Oltre alla morte di due neonati, dovuta secondo i magistrati alla incapacità colpevole dei medici che poi hanno coperto tutto, nell’inchiesta emerge anche il gravissimo caso di un bambino con problemi respiratori che al reparto di Neonatologia viene intubato nell’esofago e non nelle vie respiratorie. Un errore madornale al quale la dottoressa incaricata pone rimedio cinquanta minuti dopo, causando al bimbo danni cerebrali gravissimi tanto che oggi, a 5 anni, vive in stato vegetativo.

Per evitare denunce e guai giudiziari, la cricca dei medici scriveva il falso nelle cartelle cliniche e manipolava i referti con “assoluta freddezza e indifferenza verso il bene della vita che di contro dovrebbero essere sempre abiurate dalla nobile e primaria funzione medica chiamata ‘a salvare gli altri’ e non se stessi”.

Sono state le intercettazioni a incastrare gli operatori sanitari che parlano di dettagli nelle cartelle cliniche da cancellare “con il bianchetto” oppure di fascicoli da “chiudere e posare nell’armadio”, lontano da occhi indiscreti. Secondo gli inquirenti, all’occorrenza, la cartella veniva confezionata ad arte o veniva omesso deliberatamente di attestare ciò che era stato visto e compiuto durante l’intervento.

E sono ancora una volta le conversazioni dei medici finiti nell’inchiesta a tracciare un quadro spaventoso di omissioni ed errori medici, mai rivelati apertamente alle pazienti. Come la rottura del collo dell’utero durante un parto:

“Apriamo, l’utero non sembrava rotto. Senonché, comincia a perdere da sotto… cioè il collo (dell’utero, ndr) si è staccato… Il bambino è vivo, ma qua l’utero si è staccato. Si è staccato l’utero. Hai capito?”. “Come si è staccato il collo?”. “Che cazzo ne so. Ancora la paziente è con la pancia aperta e con le pezze. È divelto il collo, dalla plica. È una cosa pazzesca”.

“Ascoltando le conversazioni di Tripodi – ha detto il procuratore aggiunto Gaetano Paci – è emerso un quadro gravissimo: cartelle manipolate, volontà coartate, falsificazioni tese a dimostrare alle pazienti ed ai loro familiari che tutto era stato fatto secondo le regole e che solo il destino aveva voluto diversamente. Questa città è sottoposta ad ulteriore e profonda sofferenza persino dove la poca cura per la vita umana e sociale prevale fino a fare impallidire ogni valore e tutto diventa buio. E anche chi voleva denunciare veniva indotto con atteggiamenti che rasentano l’atteggiamento mafioso a rinunciare. Il diritto alla salute inserito nella Costituzione veniva umiliato e sottoposto a coercizione e in tanti si ritraevano per paura”.

“Abbiamo trovato una situazione che definire indecente è davvero poco”, ha detto il comandante provinciale della Guardia di finanza col. Alessandro Barbera: “cartelle cliniche lasciate dentro locali semi abbandonati e senza descrizione di quanto avveniva nel reparto e nella sala operatoria, con il personale più impegnato allo scaricabile che a garantire la sicurezza e il diritto alla salute”.

La ministra Beatrice Lorenzin ha definito l’inchiesta “una situazione veramente scandalosa”, sottolineando come sia “strano che le denunce siano pervenute dai pazienti e non dalla direzione sanitaria” dello stesso ospedale di Reggio Calabria.

 

 

NDRANGHETA NELLA LOCRIDE: I NOMI DEGLI ARRESTATI E I BENI SEQUESTRATI

Locride: vasta operazione anticrimine eseguita da Guardia di Finanza e Carabinieri.

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Alle prime luci dell’alba, in provincia di Reggio Calabria, è scattata una vasta operazione anticrimine condotta congiuntamente dalle Fiamme Gialle e dai Carabinieri nei confronti di un gruppo di persone ritenute responsabili, a vario titolo, di associazione per delinquere di tipo mafioso, estorsione, usura ed esercizio abusivo del credito, con l’aggravante del metodo mafioso, operanti nella Locride ed, in particolare, nei Comuni di Siderno, Gioiosa Jonica e Marina di Gioiosa Jonica.

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Processo Aemilia, l’imputato: “Vaffa… alla ‘ndragheta? Non lo dirò mai”-Guarda il video

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“Mandare a fan… la ‘ndrangheta? Mai, io non lo dirò mai nella mia vita”. A parlare alla trasmissione La Zanzara di Radio24 di Giuseppe Cruciani e David Parenzo è Alfonso Mendicino, imputato per estorsione nel processo Aemilia sulla ‘ndrangheta al Nord. Mendicino aveva inviato un audio di minacce di morte a un consigliere emiliano della Lega Nord: “Sei un porco e noi calabresi coi maiali facciamo salsicce” (estratto audio da La Zanzara-Radio24)

http://video.gelocal.it/iltirreno/cronaca/processo-aemilia-l-imputato-vaffa-alla-ndragheta-non-lo-diro-mai/57308/58516

Due detenuti evadono dal carcere di Rebibbia

Hanno segato le sbarre del magazzino dove lavorano e si sono dati alla fuga. Uno era stato condannato per omicidio, l’altro per sequestro di persona. È caccia ai criminali.detenuti evasi

Hanno segato le sbarre e si sono calati giù, riuscendo poi a fuggire a piedi. La più classica delle evasioni l’hanno compiuta nel pomeriggio da Rebibbia, a Roma, due giovani romeni, compagni di cella, uno dei quali condannato per omicidio e sequestro di persona, l’altro per rapina, ora ricercati dalle forze dell’ordine. Gli identikit dei due criminali – considerati pericolosi – sono stati diramati a tutte le unità.

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Rosy Canale, 4 anni per truffa alla paladina della lotta alla ’Ndrangheta

La fondatrice delle «Donne di San Luca» accusata d’aver utilizzato 160 mila euro di fondi pubblici per comprare vestiti e beni di lusso: «Me ne fotto, non sono soldi miei»

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di Carlo Macrì
EGGIO CALABRIA – Era considerata un’icona dell’Antimafia Rosy Canale, l’imprenditrice reggina condannata venerdì dal tribunale di Locri a quattro anni di carcere, più l’obbligo di risarcire gli Enti che ha truffato attraverso la sua Fondazione «Donne di San Luca».

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‘Ndrangheta, scacco al clan Commisso, 14 arresti-In manette anche un poliziotto in servizio al porto

Grazie alle intercettazioni nella lavanderia Ape Green, base operativa del clan Commisso, la Polizia ha potuto portare alla luce altri aspetti dell’attività del clan arrivando a nuovi 14 arresti

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REGGIO CALABRIA – Nuovo colpo della Polizia di stato alle cosche di ‘ndrangheta del Reggino. Gli agenti, infatti, hanno messo a segno una serie di arresti e perquisizioni nei confronti di soggetti considerati legati a cosche della ‘ndrangheta operanti tra Gioiosa Ionica, Rosarno e Siderno. Sono in tutto 14 le ordinanze di custodia cautelare emesse dalla Direzione distrettuale antimafia (Dda) di Reggio Calabria di queste otto sono di arresti in carcere e sei ai domiciliari. Per tutti gli indagati l’accusa è di associazione a delinquere finalizzata al traffico internazionale di droga.

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Chiesti 7 anni di carcere per Rosy Canale

Requisitoria del pm di Reggio Calabria per l’ex pasionaria dell’antimafia e fondatrice del movimento “Donne di San Luca”
Rosy Canale

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REGGIO CALABRIA Sette anni di carcere: è questa la richiesta avanzata dal pm della Dda di Reggio Calabria Francesco Tedesco per l’ex stellina dell’antimafia Rosy Canale, definitivamente tramontata dopo l’inchiesta che l’ha fatta finire in manette perché accusata di aver tenuto per sé i fondi destinati al “Movimento delle donne di San Luca” da lei fondato, per spenderli in autovetture, mobili, vestiti, viaggi.

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Le solite bestie, che al posto del cervello si ritrovano escrementi di capra, stanno uccidendo la speranza dei calabresi onesti

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NUOVA ESCALATION DI INTIMIDAZIONI: SANKARA E RECOSOL INVOCANO INTERVENTI STRAORDINARI

Giusto un paio di giorni fa, ci ritrovammo costretti a scrivere un comunicato stampa per esprimere solidarietà al Sindaco di Martone, in seguito all’incendio appiccato allo scuolabus comunale.

In quella nota, la nostra cooperativa e l’intera Rete dei Comuni Solidali, chiedevano una maggiore attenzione e prevenzione alle forze dell’ordine, alla magistratura e alla classe dirigente tutta. O meglio, a quella, forse poca, ancora sana.

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